artisan de paix

L'urgenza di scrivere e il pudore delle parole: vivere in mezzo a queste due necessità

domenica, 23 marzo 2008

Quasi una paura d'amare

Provo a spiegarmi così il mistero della Pasqua: quasi una paura d'amare.
Come stamattina che avrei voluto che la lunga fila verso la Comunione fosse più lunga, più lenta.
Come quando ricevi un dono (un'amicizia, una sorpresa od un talento), si ha quasi paura a riconoscerlo.
Come quando ami una persona, hai paura di rimanere delusa, ferita, non ricambiata. Paura d'amare, paura di essere felice, paura che la vita ti sorrida.
Paura che Qualcuno ti ami.

Buona Pasqua

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inutilefede

martedì, 19 febbraio 2008

A volte quassù mi pare che la S. Messa sia un lusso.
Arrivare puntuale in Chiesa, ieri addirittura in anticipo di 5 minuti nonostante avessi sbagliato posto.
Ritagliarsi quel tempo, sperare che non succeda niente di urgente la domenica mattina (la sera è impossibile muoversi in queste settimane, con 90 persone a cena).
Non nascondo che la giornata di ieri sia stata difficile: black-out elettrico alle 7.30 di mattina causa 30 bollitori elettrici usati in contemporanea nelle camere.
Non ne sono sicura, ma credo di aver pregato di riuscire ad andare a Messa. Era un desiderio, poi un fiat. E mi sentivo ricca a stare lì, in mezzo a babuske e impellettati, da sola ma non sola.

Fino a quando, prima della fine, un'altra emergenza: 2 caldaie in blocco (cioè tutte). Non si scherza con - 5 gradi sotto zero (particolare tecnico per i miei ingegneri-lettori: il black out elettrico di un'ora ha causato il congelamento del collegamento dalla cisterna di gasolio alle caldaie. Ebbene sì, qui non è ancora arrivato il gas per il il riscaldamento).

Neanche il tempo di una Messa, mi dicevo alle 13 quando tutto finalmente pareva sistemato.
Per fortuna stamattina è passato Ivano a bersi il suo solito caffé. E stamattina per la prima volta mi ha sorriso e mi ha chiamato "signorina".
E' una sicurezza sapere che quando non trovo tempo per Cristo, Lui lo trova per me.

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inutilefede

domenica, 23 dicembre 2007

L'albergo tirato a lucido, finalmente sgombro d'ogni polvere e con i tappeti al proprio posto.Intravedo qualcuno alla porta, la sagoma - finalmente! mi dico arriva qualcuno. Un albergo è fatto perché la gente si fermi ed entri, chiami e chieda se c'è posto. No, per il capodanno siamo al completo, se vuole signora ho la lista d'attesa. Quante volte l'ho detto in questi giorni?

La sagoma alla porta, gli apro e vedo i pantoloni lisi di una vecchia tuta, la camicia con i bottoni spaiati, la barba incolta il passo zoppicante. Il giaccone bello e pulito.

E' lui, è il barbone della valle, fa parte del paesaggio e delle montagne. Come ci sono gli alberi, le cascate e le vette, c'è lui che percorre la valle ogni giorno.

Gli offro un caffé "come va?". Purtroppo non so il suo nome. Subito dopo il caffé si gira e se ne va e mi lascia una scia di acqua sporca a metà della hall, proprio in corrispondenza dell'entrata e del bancone del bar. Che non crederai ancora alla favola che carità sia far del bene, perché se anche donassi tutto agli altri ma non avessi la carità... qualcuno mi spiega questa frase di S. Paolo?

Oggi l'ho rivisto a Messa, tra la folla che gli faceva largo. I turisti non sanno chi sia, i ladini sì. Lo salutano, chiacchierano con lui.

Non è un senzatetto perchè questa è casa sua.
L'ospite son io.

Buon Natale

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diariodiviaggio, inutilefede

domenica, 17 giugno 2007

Lei non lo sa, ma è la mia nonna spirituale.
L'ho ribattezzata io così e spero non ne abbia a male.


Ieri l'ho intervistata per più di due ore e mi ha raccontato la sua vita, da quando è entrata in Azione Cattolica nel 1937 perché era alla ricerca di un ideale grande.
Di come si è innamorata, della vita e del Signore.
Di quando nel 1943 venne incarcerata per 10 giorni dai fascisti ed interrogata per 2-3 volte perché in una lettera aveva scritto che stava studiando Giuseppe Toniolo.
D'altronde quando la interrogarono su cosa facesse, il dialogo fu di questo tenore:
- sono della Gieffe
- Gieffe?
- Gioventù femminile di Azione Cattolica
- e che cosa fa?
- sono delegata diocesana per le piccolissime
- e chi sono le piccolissime?
- le bambine dai 4 ai 6 anni. Perché dai 0 ai 4 si chiamano angioletti.

E dell'amore per la Chiesa, così difficile oggigiorno da spiegare (anche dentro la Chiesa, aggiungo io).
E quel segreto, datato 1943 e confidato alla fine, che non posso pubblicare.
Il vero scoop sono 60 anni dedicati al Signore senza clamore.

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diariodiviaggio, inutilefede

lunedì, 23 aprile 2007

Ammetto di farlo apposta per spiazzare chi mi sta di fronte.
Trovo persone in gamba, culturalmente preparate e di mente aperte, con i più vari interessi. Persone di sensibilità e che sono abituate a vedere le cose più assurde ed accoglierle dentro sè.
Bene, lo faccio apposta, non ho problemi ad ammetterlo: provo a metterle alla prova dicendo “faccio parte di un’associazione cattolica. Sono cattolica.”
Evito giri di parole del tipo “sì, sono cattolica, però la Chiesa...” e tutte quelle balle lì, i se, i ma, i distinguiamo (ne sento molto di distinguo. Van bene quando si è giovani e provocatori, ma viene anche il momento di crescere ed essere adulti sul serio).
Lo sguardo dell’interlocutore è spesso di sorpresa, non sempre piacevole a dire il vero.
A me piace buttarla in ridere “sai, ognuno ha le sue colpe da espiare” oppure “a chi tocca tocca”. Quasi che appartenere alla Chiesa Cattolica sia una colpa oppure da cretini, come va di moda dire oggi. Anche se “bigotti” è il termine più corretto in questi casi.* Sono un po’ all’antica su queste cose.

A me pare, ma potrei anche sbagliarmi, che sia principalmente una questione di libertà.

C’è chi pensa che l’esperienza di fede non sia caratterizzata dalla libertà, bensì al contrario dalla costrizione, riducendo il tutto ad una serie di precetti e dogmi.

Ricordo in maniera nitida, nel mio anno di erasmus francese, i miei coetanei ventenni dirmi: “guarda che non c’è nessuno che ti dice che devi andare a Messa. Se anche non ci vai, non si accorge nessuno”.

Stavo zitta, non rispondevo. Mi pareva così ovvio che nessuno mi costringesse ad andare a Messa, men che meno i miei genitori a 700 km di distanza. Nessuno mi chiedeva perché, ma sicuramente davo fastidio.

C’è poi chi - sia fuori che dentro la Chiesa - vorrebbe che l’esperienza di fede si riducesse ad una serie di "cose da fare". Sarebbe molto più semplice capire chi è cattolico e chi no. Io la chiamo la “fede da lista della spesa” (la Messa alla domenica? ce l’ho. La confessione? ce l’ho. La comunione? ce l’ho). Da parte mia non è un atteggiamento che condanno, perché capisco la fatica di una regola di vita spirituale che non si limiti alle cose da fare per credere.
Nel Vangelo di Marco, c’è quel tale che dice a Gesù che tutte quelle cose (i comandamenti), le faceva fin da quando era giovane. Ma come fare per avere la vita eterna?

La fede è un’esperienza di libertà.
Non una libertà “da” (da vincoli, da costrizioni), ma una libertà “per” (amare).
Più facile da scrivere che da mettere in pratica.

Ritorno alla mia esperienza di un anno in Francia: quel che temevo di più era appunto “il deserto spirituale” che avrei incontrato. Il mio soprattutto.

Lasciare l’Italia significava per me lasciare il mio giro di amicizie spirituali, la rete associativa di cui faccio parte e che mi salva nei momenti in cui l’equilibrista della fede perde l’equilibrio e cade giù. Che ne sarebbe stato della mia fede?

E’ un po’ come camminare in montagna, arriva il momento della ferrata. Sotto il vuoto, il piccolo grande salto. Il piccolo pezzo di parete che devi fare da solo a mani nude e mettere il tuo chiodo.

Se pensi però che tu debba fare tutto da solo, qui ti sbagli. Perché non è la forza del chiodo, ma la forza della roccia che ti sorregge.

Che poi il tuo chiodo sarà diverso dal mio: un dolore che ti ha segnato, un momento difficile della tua vita. Il mio amico Giggi, nel suo libro “Per un brivido tutto da vivere”, la chiama “la seconda conversione” (giusto?).

Che ne sarebbe stato della mia fede?


* che forse sia il caso di interrogarsi sull’immagine che la Chiesa cattolica nella società contemporanea di oggi? ma dai! Si sa benissimo quel che verrebbe fuori: che si deve occupare di più dei poveri e meno di morale. Tacere e fare del bene. E per piacere, che non si vada a dire in giro che lo stato sociale dovrebbe occuparsi lui dei senza tetto, non è mica la Caritas. Ridurre tutto a carità e benevolenza, escludendo il resto. Siamo a punto e a capo.

Ma queste cose le dice molto meglio di me il Piccolo Zaccheo in un suo testo che sarà pubblicato postumo dalla sottoscritta, Bubbolate.

Postato da: etty a 19:17 | link | commenti (1)
inutilefede

mercoledì, 14 febbraio 2007

"Non però che io abbia gia conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch'io sono stato conquistato da Gesù Cristo." (Fil 3,12)

Passano i giorni ed ancora non ho trovato le parole per raccontare  il mio rapporto con Gesù. Sabato si avvicina.

La Parola, quella sì, mi ha trovata: è il capitolo 3 della Lettera ai Filippesi.
Credo proprio partirò da lì per raccontare la mia strada da Gerusalemme ad Emmaus e ritorno. Così pure le domande di fede, gli interrogativi che la vita ti mette davanti:
sceglierò un venerdì di dolore, un sabato di silenzio ed una domenica di gloriosa manifestazione. Perché la vita del cristiano è questa.

Proverò anche a buttare lì qualche frase sulla dimensione comunitaria della salvezza. C'è il rischio, oggigiorno, di vivere la fede in maniera troppo intimistica, troppo individuale, dimenticando la fatica e la bellezza dell'essere Chiesa.

Postato da: etty a 14:25 | link | commenti (5)
inutilefede

mercoledì, 07 febbraio 2007

Il pudore delle parole

Tra dieci giorni sarò animatrice ad un weekend di spiritualità per ragazzi di 17-18 anni. Tra le varie cose, è previsto anche un momento di testimonianza dei 6 animatori ciascuno con il proprio gruppetto.
5-6 ragazzi in cerchio, a te la parola per raccontare l'incontro ed il rapporto con Gesù.

Non è la prima volta che mi viene chiesta una testimonianza di fede a parole, ma ogni volta la stessa inquietudine, lo stesso pensiero "chi metterò al centro del mio dire? me stessa o Cristo?". Credo che sia questa la cosa più difficile: una testimonianza ha senso quanto più i propri racconti, i propri fatti di vita si fanno trasparenti. Vetro attraverso cui lasciar passare la luce.

L'altro rischio è quello di rimanere sul general-generico, sul superficiale. Parole come amore, dolore, fiducia, affidarsi...vanno usate con il contagoccie. Preferisco parlare di fatti avvenuti, di date e luoghi precisi, di domande e non di risposte cui ci troviamo di fronte tutti prima o poi. Ma questo implica un rischio, un mettersi in gioco che costa fatica: la paura di esser derisa, di non esser accettata nei miei limiti di fede rimane e ci sarà sempre.

Postato da: etty a 15:18 | link | commenti
inutilefede

sabato, 27 gennaio 2007

TESTIMONE

amica: "se dovesse aver quella malattia, è genetica e ci sconsiglierebbero di avere figli. E lui, lo so come è fatto, mi direbbe di lasciarlo, di trovare una persona "normale". A volte sente di non meritarsi l'amore, di non esserne all'altezza"

io: "mi chiedo se l'amore si meriti, se esista un merito ad essere amati. In fondo anche il più grande delinquente o la madre più inadeguata sono amati. Eppure crediamo sempre di doverci meritare l'amore..."
E pensavo all'amore di Dio, così impensabile di fronte ai nostri demeriti.
E rimanevo zitta, perché cosa vuoi che ne sappia io, mi pareva di non aver titolo per nulla.

Postato da: etty a 17:27 | link | commenti
inutilefede

lunedì, 11 settembre 2006


OUTING


Sapevo sarebbe venuto un giorno come oggi.
Sapevo che prima o poi mi sarebbe capitato, anche se cercavo in tutti i modi di rinviare, di nascondere chi sono.
Eppure tutto era così palese che ammetterlo a voce alta pensavo fosse una formalità.
Mi fidavo di chi avevo davanti, credevo potesse accertare questa mia diversità.

Sono cristiana e sono cattolica. Entrambe le cose.
E mi sento libera di esserlo.
Ho scelto un luogo di lavoro a-cattolico consapevolmente, perché è lì che mi sento chiamata a vivere la mia fede.

Ma non pensavo di provare un vuoto incredibile di fronte ad un rifiuto preventivo della mia appartenenza:
credere fa così paura?

Postato da: etty a 21:43 | link | commenti (6)
inutilefede

venerdì, 01 settembre 2006

A cavalcioni del muro

Vorrei mettermi a cavalcioni del muro così da poter guardare il mondo con perfetto equilibrio. Da una parte giovani israeliani come me, un divisa ed un fucile da indossare. Il consiglio di non guardare il volto di chi si avvicina, potrebbe essere un terrorista. Dall’altra parte del muro giovani palestinesi come me, senza lavoro e senza la possibilità di studiare se non lasciando la propria casa. A loro un’arma ancor più pericolosa: la rabbia con cui farsi esplodere. Il muro è quello che divide Israele e Palestina e che ormai ha trasformato Betlemme in un recinto.
Un mese fa ero laggiù con altri 20 giovani in pellegrinaggio con la pastorale giovanile diocesana. Alla partenza molti ci hanno guardato preoccupati: ma non è pericoloso?
Sì, un pellegrinaggio nella Terra del Santo è sempre pericoloso, si corre il rischio di scoprire quanto piccola è la propria fede. A volte mi chiedo se io non sia così cattolica da dimenticarmi di diventare cristiana. Non che queste due cose siano in antitesi, “ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo” (Fil 3,7).
Ho incontrato i cristiani di Terra Santa e purtroppo la crisi israelo-libanese, pur non riguardando minimamente Gerusalemme e Betlemme, ha fatto sì che tutti i pellegrinaggi siano stati annullati. Le strade deserte. Il Santo Sepolcro vuoto. L’assenza di pellegrinaggi significa per molte famiglie cristiane assenza di lavoro e, sempre più spesso negli ultimi anni, emigrazione e abbandono dei Luoghi Santi.
Camminavo per le strade di Gerusalemme e cercavo un segno concreto di resurrezione da portare a casa. Pensavo alle situazioni di dolore di amici in difficoltà che mi avevano chiesto di essere ricordate. Che cosa avrei potuto dire al mio ritorno? Trovare le parole per testimoniare Cristo, per spiegare l’indicibile di un incontro con la Terra di Gesù è ciò che più ha interrogato il ritorno di noi giovani pellegrini alle nostre comunità parrocchiali, al lavoro o nello studio.
Prendo in mano una boccetta di nardo, olio prezioso con la quale una donna profumò i capelli di Gesù, probabilmente il mercoledì santo. Immagino che il profumo rimase per i giorni successivi, sicuramente fino alla croce. Ma il profumo di nardo avrà superato l’odore della morte e sarà durato fino al giorno dopo il sabato? I due discepoli, Pietro e Giovanni, entrando “videro i segni”, ma sentirono il profumo di nardo? Non puoi vedere un profumo, non lo puoi toccare. Eppure è qualcosa di concreto. Puoi dire di non vederlo ma non puoi dire che non esista.
Così la nostra fede di poveri mendicanti del Cielo.

Postato da: etty a 00:44 | link | commenti (6)
miaterrasanta, inutilefede

 

about me

io non voglio
“stare al sicuro”,
voglio esserci,
tra tutti questi cosiddetti ‘nemici’
dovunque io mi trovi
voglio che ci sia un po’ di fratellanza

Etty Hillesum, 1943

perché
"artisan de paix"?

storia del mio viaggio in Terra Santa

questo blog è nato per raccontare il mio viaggio-pellegrinaggio in Terra Santa
tra Israele e Palestina per la mia tesi di laurea in diritto internazionale sulle minoranze e il conflitto arabo-israeliano
poi ho continuato a scrivere,
sempre tra l'urgenza e il pudore delle parole

leggi i racconti dalla Terra Santa

guarda le foto

"A cavalcioni del muro"
il mio racconto pubblicato su Avvenire (agosto 2005)

sul comodino

Etty Hillesum, Diario 1941-1943

sulla scrivania

Amos Oz, Contro il fanatismo

in borsa

Carretto - Balducci,
La santità della povera gente

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