L'urgenza di scrivere e il pudore delle parole: vivere in mezzo a queste due necessità
Quasi una paura d'amare
Provo a spiegarmi così il mistero della Pasqua: quasi una paura d'amare.
Come stamattina che avrei voluto che la lunga fila verso la Comunione fosse più lunga, più lenta.
Come quando ricevi un dono (un'amicizia, una sorpresa od un talento), si ha quasi paura a riconoscerlo.
Come quando ami una persona, hai paura di rimanere delusa, ferita, non ricambiata. Paura d'amare, paura di essere felice, paura che la vita ti sorrida.
Paura che Qualcuno ti ami.
Buona Pasqua
A volte quassù mi pare che la S. Messa sia un lusso.
Arrivare puntuale in Chiesa, ieri addirittura in anticipo di 5 minuti nonostante avessi sbagliato posto.
Ritagliarsi quel tempo, sperare che non succeda niente di urgente la domenica mattina (la sera è impossibile muoversi in queste settimane, con 90 persone a cena).
Non nascondo che la giornata di ieri sia stata difficile: black-out elettrico alle 7.30 di mattina causa 30 bollitori elettrici usati in contemporanea nelle camere.
Non ne sono sicura, ma credo di aver pregato di riuscire ad andare a Messa. Era un desiderio, poi un fiat. E mi sentivo ricca a stare lì, in mezzo a babuske e impellettati, da sola ma non sola.
Fino a quando, prima della fine, un'altra emergenza: 2 caldaie in blocco (cioè tutte). Non si scherza con - 5 gradi sotto zero (particolare tecnico per i miei ingegneri-lettori: il black out elettrico di un'ora ha causato il congelamento del collegamento dalla cisterna di gasolio alle caldaie. Ebbene sì, qui non è ancora arrivato il gas per il il riscaldamento).
Neanche il tempo di una Messa, mi dicevo alle 13 quando tutto finalmente pareva sistemato.
Per fortuna stamattina è passato Ivano a bersi il suo solito caffé. E stamattina per la prima volta mi ha sorriso e mi ha chiamato "signorina".
E' una sicurezza sapere che quando non trovo tempo per Cristo, Lui lo trova per me.
L'albergo tirato a lucido, finalmente sgombro d'ogni polvere e con i tappeti al proprio posto.Intravedo qualcuno alla porta, la sagoma - finalmente! mi dico arriva qualcuno. Un albergo è fatto perché la gente si fermi ed entri, chiami e chieda se c'è posto. No, per il capodanno siamo al completo, se vuole signora ho la lista d'attesa. Quante volte l'ho detto in questi giorni?
La sagoma alla porta, gli apro e vedo i pantoloni lisi di una vecchia tuta, la camicia con i bottoni spaiati, la barba incolta il passo zoppicante. Il giaccone bello e pulito.
E' lui, è il barbone della valle, fa parte del paesaggio e delle montagne. Come ci sono gli alberi, le cascate e le vette, c'è lui che percorre la valle ogni giorno.
Gli offro un caffé "come va?". Purtroppo non so il suo nome. Subito dopo il caffé si gira e se ne va e mi lascia una scia di acqua sporca a metà della hall, proprio in corrispondenza dell'entrata e del bancone del bar. Che non crederai ancora alla favola che carità sia far del bene, perché se anche donassi tutto agli altri ma non avessi la carità... qualcuno mi spiega questa frase di S. Paolo?
Oggi l'ho rivisto a Messa, tra la folla che gli faceva largo. I turisti non sanno chi sia, i ladini sì. Lo salutano, chiacchierano con lui.
Non è un senzatetto perchè questa è casa sua.
L'ospite son io.
Buon Natale

Ammetto di farlo apposta per spiazzare chi mi sta di fronte.
Trovo persone in gamba, culturalmente preparate e di mente aperte, con i più vari interessi. Persone di sensibilità e che sono abituate a vedere le cose più assurde ed accoglierle dentro sè.
Bene, lo faccio apposta, non ho problemi ad ammetterlo: provo a metterle alla prova dicendo “faccio parte di un’associazione cattolica. Sono cattolica.”
Evito giri di parole del tipo “sì, sono cattolica, però la Chiesa...” e tutte quelle balle lì, i se, i ma, i distinguiamo (ne sento molto di distinguo. Van bene quando si è giovani e provocatori, ma viene anche il momento di crescere ed essere adulti sul serio).
Lo sguardo dell’interlocutore è spesso di sorpresa, non sempre piacevole a dire il vero.
A me piace buttarla in ridere “sai, ognuno ha le sue colpe da espiare” oppure “a chi tocca tocca”. Quasi che appartenere alla Chiesa Cattolica sia una colpa oppure da cretini, come va di moda dire oggi. Anche se “bigotti” è il termine più corretto in questi casi.* Sono un po’ all’antica su queste cose.
C’è chi pensa che l’esperienza di fede non sia caratterizzata dalla libertà, bensì al contrario dalla costrizione, riducendo il tutto ad una serie di precetti e dogmi.
Ricordo in maniera nitida, nel mio anno di erasmus francese, i miei coetanei ventenni dirmi: “guarda che non c’è nessuno che ti dice che devi andare a Messa. Se anche non ci vai, non si accorge nessuno”.
Stavo zitta, non rispondevo. Mi pareva così ovvio che nessuno mi costringesse ad andare a Messa, men che meno i miei genitori a 700 km di distanza. Nessuno mi chiedeva perché, ma sicuramente davo fastidio.
La fede è un’esperienza di libertà.
Non una libertà “da” (da vincoli, da costrizioni), ma una libertà “per” (amare).
Più facile da scrivere che da mettere in pratica.
Ritorno alla mia esperienza di un anno in Francia: quel che temevo di più era appunto “il deserto spirituale” che avrei incontrato. Il mio soprattutto.
Lasciare l’Italia significava per me lasciare il mio giro di amicizie spirituali, la rete associativa di cui faccio parte e che mi salva nei momenti in cui l’equilibrista della fede perde l’equilibrio e cade giù. Che ne sarebbe stato della mia fede?
E’ un po’ come camminare in montagna, arriva il momento della ferrata. Sotto il vuoto, il piccolo grande salto. Il piccolo pezzo di parete che devi fare da solo a mani nude e mettere il tuo chiodo.
Se pensi però che tu debba fare tutto da solo, qui ti sbagli. Perché non è la forza del chiodo, ma la forza della roccia che ti sorregge.
Che poi il tuo chiodo sarà diverso dal mio: un dolore che ti ha segnato, un momento difficile della tua vita. Il mio amico Giggi, nel suo libro “Per un brivido tutto da vivere”, la chiama “la seconda conversione” (giusto?).
Che ne sarebbe stato della mia fede?
* che forse sia il caso di interrogarsi sull’immagine che
Ma queste cose le dice molto meglio di me il Piccolo Zaccheo in un suo testo che sarà pubblicato postumo dalla sottoscritta, Bubbolate.
"Non però che io abbia gia conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch'io sono stato conquistato da Gesù Cristo." (Fil 3,12)
Passano i giorni ed ancora non ho trovato le parole per raccontare il mio rapporto con Gesù. Sabato si avvicina.
La Parola, quella sì, mi ha trovata: è il capitolo 3 della Lettera ai Filippesi.
Credo proprio partirò da lì per raccontare la mia strada da Gerusalemme ad Emmaus e ritorno. Così pure le domande di fede, gli interrogativi che la vita ti mette davanti: sceglierò un venerdì di dolore, un sabato di silenzio ed una domenica di gloriosa manifestazione. Perché la vita del cristiano è questa.
Proverò anche a buttare lì qualche frase sulla dimensione comunitaria della salvezza. C'è il rischio, oggigiorno, di vivere la fede in maniera troppo intimistica, troppo individuale, dimenticando la fatica e la bellezza dell'essere Chiesa.
Il pudore delle parole
Non è la prima volta che mi viene chiesta una testimonianza di fede a parole, ma ogni volta la stessa inquietudine, lo stesso pensiero "chi metterò al centro del mio dire? me stessa o Cristo?". Credo che sia questa la cosa più difficile: una testimonianza ha senso quanto più i propri racconti, i propri fatti di vita si fanno trasparenti. Vetro attraverso cui lasciar passare la luce. L'altro rischio è quello di rimanere sul general-generico, sul superficiale. Parole come amore, dolore, fiducia, affidarsi...vanno usate con il contagoccie. Preferisco parlare di fatti avvenuti, di date e luoghi precisi, di domande e non di risposte cui ci troviamo di fronte tutti prima o poi. Ma questo implica un rischio, un mettersi in gioco che costa fatica: la paura di esser derisa, di non esser accettata nei miei limiti di fede rimane e ci sarà sempre.
Tra dieci giorni sarò animatrice ad un weekend di spiritualità per ragazzi di 17-18 anni. Tra le varie cose, è previsto anche un momento di testimonianza dei 6 animatori ciascuno con il proprio gruppetto.
5-6 ragazzi in cerchio, a te la parola per raccontare l'incontro ed il rapporto con Gesù.

io non voglio
“stare al sicuro”,
voglio esserci,
tra tutti questi cosiddetti ‘nemici’
dovunque io mi trovi
voglio che ci sia un po’ di fratellanza
Etty Hillesum, 1943
perché
"artisan de paix"?
questo blog è nato per raccontare il mio viaggio-pellegrinaggio in Terra Santa
tra Israele e Palestina per la mia tesi di laurea in diritto internazionale sulle minoranze e il conflitto arabo-israeliano
poi ho continuato a scrivere,
sempre tra l'urgenza e il pudore delle parole
leggi i racconti dalla Terra Santa
guarda le foto
"A cavalcioni del muro"
il mio racconto pubblicato su Avvenire (agosto 2005)
Etty Hillesum, Diario 1941-1943
Amos Oz, Contro il fanatismo
Carretto - Balducci,
La santità della povera gente
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