L'urgenza di scrivere e il pudore delle parole: vivere in mezzo a queste due necessità
Lettera sulla solitudine
Lyon (France), Novembre 2002
- mai spedita -
Ti chiedo perdono, ma non so più scrivere.
Mi sforzo, mi arrampico sui pensieri di carta che bruciano per scaldare il mio cuore. Freddo. Non poter scrivere è per me non poter amare: vivo dei piccoli resti di parole, ma presto anche questi finiranno:
e allora che farò?
E’ per questo che ho deciso
di inviarti questo poco,
te lo invio nella speranza che qualcosa di me possa continuare a vivere, che si salvi da questo viaggio.
Che cos'è la solitudine?
E’ parlare senza essere capiti, è mangiare senza gustare, è camminare senza mai arrivare a casa, è uscire chiudendo a chiave.
Quel che chiudi in quel momento è il tuo più intimo io, lasciandoti solo.
Ti chiedi (No, non te lo vuoi chiedere) se potrai/riuscirai ancora amare.
Un posto. Un volto. Una lingua.
E allora decidi di tornare, che questa non è vita, ma solo un universo parallelo: voglio tornare a casa.
Ti prego, cerca di capirmi: voglio vivere in un posto dove se dico “buongiorno” la gente mi sorride, in un posto dove se qualcuno mi chiede un‘indicazione so rispondere, in un posto dove capisco cosa succede.
Voglio tornare a casa perché voglio tornare ad amare: non posso amare qualcuno senza amare dove vive.
Non posso amare un “chi” senza un “dove”.
In fondo la solitudine non è diventare sordi?
Ti crea un vuoto dentro in cui cominci a sprofondare.
Sabbie mobili che lentamente scendono.
Scendono.
Finché qualcuno decide
scende le scale della tua anima
e ti viene a riprendere
Per mano
E poi pensa a noi giovani:
il mondo ci chiede di essere perfetti, di non avere bisogno di domande, di non aver bisogno di Lui, di non cercare la verità perché non esiste oppure perché è troppo difficile... la complessità che non riusciamo a com-prendere...
Dio, dove sei?
Su quel legno: attaccati e tieniti forte.
E ti senti debole.
Ti senti stanco prima di correre
Malato prima di prendere freddo
Inutile prima di cominciare a far qualsiasi cosa.
E ti senti debole.
Preghiera del laico
Chiedo un pezzo di cielo
da continuare a pregare,
chiedo una vita per credere
chiedo un mondo intero
che sia la mia clausura
per far risuonare sul mio corpo
le preghiere di chi,
Tu Signore
mi farai incontrare

io non voglio
“stare al sicuro”,
voglio esserci,
tra tutti questi cosiddetti ‘nemici’
dovunque io mi trovi
voglio che ci sia un po’ di fratellanza
Etty Hillesum, 1943
perché
"artisan de paix"?
questo blog è nato per raccontare il mio viaggio-pellegrinaggio in Terra Santa
tra Israele e Palestina per la mia tesi di laurea in diritto internazionale sulle minoranze e il conflitto arabo-israeliano
poi ho continuato a scrivere,
sempre tra l'urgenza e il pudore delle parole
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il mio racconto pubblicato su Avvenire (agosto 2005)
Etty Hillesum, Diario 1941-1943
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