L'urgenza di scrivere e il pudore delle parole: vivere in mezzo a queste due necessità
Ammetto di farlo apposta per spiazzare chi mi sta di fronte.
Trovo persone in gamba, culturalmente preparate e di mente aperte, con i più vari interessi. Persone di sensibilità e che sono abituate a vedere le cose più assurde ed accoglierle dentro sè.
Bene, lo faccio apposta, non ho problemi ad ammetterlo: provo a metterle alla prova dicendo “faccio parte di un’associazione cattolica. Sono cattolica.”
Evito giri di parole del tipo “sì, sono cattolica, però la Chiesa...” e tutte quelle balle lì, i se, i ma, i distinguiamo (ne sento molto di distinguo. Van bene quando si è giovani e provocatori, ma viene anche il momento di crescere ed essere adulti sul serio).
Lo sguardo dell’interlocutore è spesso di sorpresa, non sempre piacevole a dire il vero.
A me piace buttarla in ridere “sai, ognuno ha le sue colpe da espiare” oppure “a chi tocca tocca”. Quasi che appartenere alla Chiesa Cattolica sia una colpa oppure da cretini, come va di moda dire oggi. Anche se “bigotti” è il termine più corretto in questi casi.* Sono un po’ all’antica su queste cose.
C’è chi pensa che l’esperienza di fede non sia caratterizzata dalla libertà, bensì al contrario dalla costrizione, riducendo il tutto ad una serie di precetti e dogmi.
Ricordo in maniera nitida, nel mio anno di erasmus francese, i miei coetanei ventenni dirmi: “guarda che non c’è nessuno che ti dice che devi andare a Messa. Se anche non ci vai, non si accorge nessuno”.
Stavo zitta, non rispondevo. Mi pareva così ovvio che nessuno mi costringesse ad andare a Messa, men che meno i miei genitori a 700 km di distanza. Nessuno mi chiedeva perché, ma sicuramente davo fastidio.
La fede è un’esperienza di libertà.
Non una libertà “da” (da vincoli, da costrizioni), ma una libertà “per” (amare).
Più facile da scrivere che da mettere in pratica.
Ritorno alla mia esperienza di un anno in Francia: quel che temevo di più era appunto “il deserto spirituale” che avrei incontrato. Il mio soprattutto.
Lasciare l’Italia significava per me lasciare il mio giro di amicizie spirituali, la rete associativa di cui faccio parte e che mi salva nei momenti in cui l’equilibrista della fede perde l’equilibrio e cade giù. Che ne sarebbe stato della mia fede?
E’ un po’ come camminare in montagna, arriva il momento della ferrata. Sotto il vuoto, il piccolo grande salto. Il piccolo pezzo di parete che devi fare da solo a mani nude e mettere il tuo chiodo.
Se pensi però che tu debba fare tutto da solo, qui ti sbagli. Perché non è la forza del chiodo, ma la forza della roccia che ti sorregge.
Che poi il tuo chiodo sarà diverso dal mio: un dolore che ti ha segnato, un momento difficile della tua vita. Il mio amico Giggi, nel suo libro “Per un brivido tutto da vivere”, la chiama “la seconda conversione” (giusto?).
Che ne sarebbe stato della mia fede?
* che forse sia il caso di interrogarsi sull’immagine che
Ma queste cose le dice molto meglio di me il Piccolo Zaccheo in un suo testo che sarà pubblicato postumo dalla sottoscritta, Bubbolate.
Gusta il sapore dei giorni
Non farti rubare i sogni
e non dimenticare mai, mai, quel giorno davanti alla Croce, chi ti era affianco commuoversi di fronte alla follia di Cristo.
Non c'è ragione, non c'è sentimento.
Solo la battaglia tra morte e vita: o fai di tutto per vivere o fai di tutto per morire.
Vivi.
io non voglio
“stare al sicuro”,
voglio esserci,
tra tutti questi cosiddetti ‘nemici’
dovunque io mi trovi
voglio che ci sia un po’ di fratellanza
Etty Hillesum, 1943
perché
"artisan de paix"?
questo blog è nato per raccontare il mio viaggio-pellegrinaggio in Terra Santa
tra Israele e Palestina per la mia tesi di laurea in diritto internazionale sulle minoranze e il conflitto arabo-israeliano
poi ho continuato a scrivere,
sempre tra l'urgenza e il pudore delle parole
leggi i racconti dalla Terra Santa
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"A cavalcioni del muro"
il mio racconto pubblicato su Avvenire (agosto 2005)
Etty Hillesum, Diario 1941-1943
Amos Oz, Contro il fanatismo
Carretto - Balducci,
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