L'urgenza di scrivere e il pudore delle parole: vivere in mezzo a queste due necessità


Un marito, due figli ed uno in arrivo questo mese.
I modi gentili, l'abbigliamento semplice e pulito.
Si apre e mi racconta le sue difficoltà: non riesce a pagare l'affitto da 7 mesi, il permesso di soggiorno e tutto il resto.

Ma perché ho scelto di intraprendere la professione forense in questo settore? Perché non scegliere qualcosa di più asettico come il campo bancario-creditizio oppure il societario? Dove non incontri le persone ma solo persone giuridiche, capitali investiti, rami d'azienda trasferiti? Al massimo un contratto d'appalto poco chiaro. Potrei cominciare a prendere qualcosa, pensare al mio futuro. Sistemarmi.
Me lo sento ripetere almeno una volta a settimana, da amici o conoscenti*.
Dalla mia famiglia no, loro hanno capito. Che non sarei felice altrimenti.
Anche se si sta male, ti bruciano gli occhi perché non puoi fare niente.
* avrei risposte pronte, argomenti intelligenti, grafici di prospettive, bilanci di previsione. Ma ormai non dico più nulla. Guardo negli occhi e penso a quanto tempo ci perdiamo dentro domande inutili. Lo so benissimo che nel settore immigrazione non farò i soldi, ma non credo sia difficile arrivarci senza chiedermelo...
Carissima,
sarà capitato anche a te di sentirti dare della "femminista" e di non ritrovarti nella definizione oppure di sentirti ribattere "avete voluto la parità ed allora...".
E quanto tenti un discorso serio, l'interlocutore è sempre stanco di queste cose.
Lascia allora che ne parliamo noi due da sole.
Noto una differenza tra noi e la generazione di donne prima della nostra.
Una differenza che a loro non piace: per la generazione prima della nostra, noi giovani donne siamo indifferenti alla "questione di genere". Lo si capisce quando dicono "vedrai quando, dovranno scegliere tra il lavoro e la famiglia" oppure "vedrai quando dopo aver avuto i voti migliori a scuola, nel mondo del lavoro sceglieranno un uomo al posto loro".
L'accusa che ci fanno è quella di non riconoscere la strada fatta, le battaglie vinte, i sacrifici compiuti. L'accusa, converrai con me, è grave.
Ma io in questo quadro non mi ritrovo, preferisco ritrarne un altro.
C'è la generazione delle nostre madri: sono le donne che hanno rivendicato i diritti, è la generazione che ha iniziato a lavorare sempre più fuori casa.
Ma soprattutto è la generazione che ha lottato contro i propri sensi di colpa famiglia/lavoro, che ha scelto di lavorare perché ce n'era bisogno altrimenti non si arrivava a fine mese e si è pure sentita dire "guarda quella che con 3 figli si permette pure di lavorare". Come se lavorare fosse un lusso e non una necessità.
E' la generazione che oggi deve badare ai figli trentenni il cui lavoro non permette di uscire di casa ed allo stesso tempo ai nonni anziani fino ai novanta ed anche oltre.
E' la generazione che ha dovuto rivendicare. Si rivendica qualcosa che non si ha o qualcosa di cui non c'è pacifico godimento.
E noi invece?
La nostra immagine è quella aggressiva, della donna che non aspetta che sia lui a fare il primo passo, che è forte e sicura di sé, che fa paura all'uomo. Anzi che non ha bisogno dell'uomo.
Sai bene però quanto questa sia l'immagine, non la realtà.
Perché siamo fragili, aggrediamo per non scoprirci deboli e ci arrabbiamo perché lui non fa più la prima mossa. Andiamo ancora in "brodo di giuggiole" quando lui fa il galante, apre la porta davanti a noi o ci offre il pranzo.
Quanto al lavoro ed al rapporto lavoro/famiglia, non è vero che non ci interessa. Solo che preferiamo non sentenziare su problemi che affronteremo in futuro.
Sappiamo bene quanto "costa" una maternità, per non parlare di due o tre.
Sappiamo che dovremo ricorrere proprio a loro, alle nostre mamme, che dopo aver badato a noi fino alla fine della giovinezza ed ai nonni fino alla morte, riprenderanno in mano le giovani vite dei nostri figli.
E il nostro grazie sarà piccolo in confronto a quello che ci hanno donato.
Un ponte per Betlemme
1° marzo - giornata di sensibilizzazione e di preghiera
Materiali:
Il sito di paxchristi
L'intervista radiofonica a Elisabetta Tusset
è disponibile anche un DVD: l'ho usato ad un incontro con ragazzi 17enni lunedì, evidenzia bene la sproporzionalità del muro
Piccola Betlemme, sempre più piccola dal recinto che ti chiude. Mi hai ospitato tre volte negli ultimi 7 anni: la prima volta era il Giubileo ed attendevi Giovanni Paolo II, la seconda volta il muro era appena cominciato ed Arafat era morto da poche ore, la terza rimasi muta davanti al tuo dolore - il dolore di chi vede partire sempre più giovani dalla propria terra perché non c'è lavoro né futuro. Non c'è vita.
Piccola Betlemme, la tua colpa è stata quella di aver permesso il passaggio di molti giovani palestinesi che andavano a farsi esplodere a Gerusalemme. Ecco perché ora ti stanno soffocando lentamente, sempre più.
I turisti-pellegrini (più turisti che pellegrini), la tua più importante risorsa economica, dopo anni in cui quasi non si vedevano più, ora arrivano in pullman, il giro di Natività-campodeipastori-grottadellatte. Tempo 2 ore e son già ripartiti. Alcuni si fermano nei tuoi negozi (questo si ti aiuterebbe), pochi si fermano per la notte.
Sembra una cosa da poco ed invece è fondamentale: personalmente, a chi mi dice che va in Terra Santa chiedo subito se si ferma a dormire a Betlemme. I turisti non si fermano, i pellegrini sì. E' segno di attenzione per i betlemmiti, da' loro la possibilità di lavorare (dal cameriere d'albergo a chi intaglia il legno dei piccoli souvenir). I betlemmiti non vogliono elemosina, vogliono la dignità del lavoro, il pane sudato.
Piccola Betlemme, chi ha più ragione tra israeliani e palestinesi? Me lo chiedono sempre. Ma tra due giovani con la pistola puntata uno contro l'altro dov'è la ragione? vedo solo follia.
La speranza è la mia unica follia.
io non voglio
“stare al sicuro”,
voglio esserci,
tra tutti questi cosiddetti ‘nemici’
dovunque io mi trovi
voglio che ci sia un po’ di fratellanza
Etty Hillesum, 1943
perché
"artisan de paix"?
questo blog è nato per raccontare il mio viaggio-pellegrinaggio in Terra Santa
tra Israele e Palestina per la mia tesi di laurea in diritto internazionale sulle minoranze e il conflitto arabo-israeliano
poi ho continuato a scrivere,
sempre tra l'urgenza e il pudore delle parole
leggi i racconti dalla Terra Santa
guarda le foto
"A cavalcioni del muro"
il mio racconto pubblicato su Avvenire (agosto 2005)
Etty Hillesum, Diario 1941-1943
Amos Oz, Contro il fanatismo
Carretto - Balducci,
La santità della povera gente
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