L'urgenza di scrivere e il pudore delle parole: vivere in mezzo a queste due necessità
Buon Natale
LasciamoLo nascere.

Un mese fa
- a cosa stai pensando?
- a quanto siamo vicini e lontani allo stesso tempo:
io sono europea, italiana e cristiana credente,
mentre tu sei arabo, israeliano e musulmano non credente.
"A volte mi sembra che ogni parola che vien detta e ogni gesto che vien fatto, accrescano il grande equivoco. Allora vorrei sprofondarmi in un gran silenzio e vorrei anche imporre questo silenzio agli altri. Sì, a volte qualunque parola accresce i malintesi su questa terra troppo loquace."
(Etty Hillesum, ottobre 1941)
Avevo già riportato questa frase qui, a volte ripeterle fa bene a se stessi. Il silenzio aiuta, a calmare l'animo troppo agitato: come un lago, devi aspettare che l'acqua si calmi per poter vedere il fondo.
Riprendo a scrivere: il dovere di raccontare i volti incontrati per le strade di Israele e della Palestina mi chiama. Ed io non posso che offrire le mie mani su questa tastiera.
Aggiungo qui un grazie speciale a ciascuno di voi: una silenziosa e discreta presenza, un grazie per essermi stata vicina nel mio mese da pellegrina. Ciascuno, a modo suo.
Le ragioni dell'altra parte

Mi par corretto guardare anche dall'altra parte: questo è quel che succede dopo un attentato suicida. Quest'uomo con la pettorina gialla è un volontario del ZAKA, organizzazione il cui nome significa "ebrei per l'identificazione delle vittime di disastri". Quando c'è un attentato vanno sul posto, spesso arrivano prima ancora delle ambulanze bloccate nel traffico, prestano i primi soccorsi, aiutano le persone sotto shock e poi si occupano della pulizia e - cosa ancor più delicata - raccolgono i resti umani. Anche quelli dell'attentatore. Sono circa 700 in tutto Israele e per poter diventare ZAKA la preparazione e le prove sono durissime, solo il 40% degli aspiranti volontari ci riesce.
Aggiornamento: l'immagine non si riesce a vedere, per qualche mistero elettronico - vi lascio il link della foto di cui parlo, se poi vi interessano altre foto, ecco la fonte.

A Palestinian boy rides a horse in front of concrete wall separating the West Bank village of Abu Dis from East Jerusalem January 16, 2004. REUTERS/Goran Tomasevic
scelgo il silenzio.
Lettera sulla solitudine
Lyon (France), Novembre 2002
- mai spedita -
Ti chiedo perdono, ma non so più scrivere.
Mi sforzo, mi arrampico sui pensieri di carta che bruciano per scaldare il mio cuore. Freddo. Non poter scrivere è per me non poter amare: vivo dei piccoli resti di parole, ma presto anche questi finiranno:
e allora che farò?
E’ per questo che ho deciso
di inviarti questo poco,
te lo invio nella speranza che qualcosa di me possa continuare a vivere, che si salvi da questo viaggio.
Che cos'è la solitudine?
E’ parlare senza essere capiti, è mangiare senza gustare, è camminare senza mai arrivare a casa, è uscire chiudendo a chiave.
Quel che chiudi in quel momento è il tuo più intimo io, lasciandoti solo.
Ti chiedi (No, non te lo vuoi chiedere) se potrai/riuscirai ancora amare.
Un posto. Un volto. Una lingua.
E allora decidi di tornare, che questa non è vita, ma solo un universo parallelo: voglio tornare a casa.
Ti prego, cerca di capirmi: voglio vivere in un posto dove se dico “buongiorno” la gente mi sorride, in un posto dove se qualcuno mi chiede un‘indicazione so rispondere, in un posto dove capisco cosa succede.
Voglio tornare a casa perché voglio tornare ad amare: non posso amare qualcuno senza amare dove vive.
Non posso amare un “chi” senza un “dove”.
In fondo la solitudine non è diventare sordi?
Ti crea un vuoto dentro in cui cominci a sprofondare.
Sabbie mobili che lentamente scendono.
Scendono.
Finché qualcuno decide
scende le scale della tua anima
e ti viene a riprendere
Per mano
E poi pensa a noi giovani:
il mondo ci chiede di essere perfetti, di non avere bisogno di domande, di non aver bisogno di Lui, di non cercare la verità perché non esiste oppure perché è troppo difficile... la complessità che non riusciamo a com-prendere...
Dio, dove sei?
Su quel legno: attaccati e tieniti forte.
E ti senti debole.
Ti senti stanco prima di correre
Malato prima di prendere freddo
Inutile prima di cominciare a far qualsiasi cosa.
E ti senti debole.
Preghiera del laico
Chiedo un pezzo di cielo
da continuare a pregare,
chiedo una vita per credere
chiedo un mondo intero
che sia la mia clausura
per far risuonare sul mio corpo
le preghiere di chi,
Tu Signore
mi farai incontrare
"Dio, certe volte non si riesce a capire e ad accettare ciò che i tuoi simili su questa terra si fanno l'un l'altro, in questi tempi scatenati. Ma non per questo io mi rinchiudo nella mia stanza, Dio: continuo a guardare le cose in faccia e non voglio fuggire dinanzi a nulla, cerco di comprendere i delitti più gravi, cerco ogni volta di rintracciare il nudo, piccolo, essere umano che spesso è diventato irriconoscibile."
Etty Hillesum, maggio 1942
Cammino
a piedi scalzi
tra vetri sparsi
Scavalco corpi
a terra
fiati si alzano
urli bestemmiano
al Cielo
Mi chino leggera
su chi
giace
e raccolgo pensieri
i lamenti
i dolori
li prendo
con un bacio
dolce
si appoggiano alle labbra
Poi
quando arriva
la Notte
mi alzo
e riporto
a Lui
ogni dolore
io non voglio
“stare al sicuro”,
voglio esserci,
tra tutti questi cosiddetti ‘nemici’
dovunque io mi trovi
voglio che ci sia un po’ di fratellanza
Etty Hillesum, 1943
perché
"artisan de paix"?
questo blog è nato per raccontare il mio viaggio-pellegrinaggio in Terra Santa
tra Israele e Palestina per la mia tesi di laurea in diritto internazionale sulle minoranze e il conflitto arabo-israeliano
poi ho continuato a scrivere,
sempre tra l'urgenza e il pudore delle parole
leggi i racconti dalla Terra Santa
guarda le foto
"A cavalcioni del muro"
il mio racconto pubblicato su Avvenire (agosto 2005)
Etty Hillesum, Diario 1941-1943
Amos Oz, Contro il fanatismo
Carretto - Balducci,
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